apr 232018
 
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Ammessa alla procedura di concordato preventivo una società che ha proposto la continuità mediante un riassetto misto in
cinque anni, mediante il conferimento del ramo d’azienda produttivo in una società controllata al 100%, l’apporto di finanza
esterna e la dismissione dei cespiti non strategici; componenti che richiamano la continuità, da un lato, e la liquidazione del
patrimonio, dall’altro. Lo ha deciso il Tribunale di Como, con un provvedimento depositato il 27 febbraio scorso (presidente
Introni, estensore Mancini).
La società ha proposto la su ddivisione dei creditori in cinque classi, l’ultima delle quali – i chirografari – al di sotto della
percentuale del 20%, “spartiacque” del concordato liquidatorio previsto dall’articolo 182 della legge fallimentare.
I giudici si sono pronunciati per l’ammissione non considerando applicabile la disciplina del concordato liquidat orio. Si sono
così allineati alla crescente giurisprudenza che attribuisce importanza dirimente al criterio della prevalenza, valutando in
concreto se i creditori siano soddisfatti in misura maggiore dal ricavato della gestione o della vendita dell’azienda o, piuttosto,
dal ricavato dalla liquidazione degli altri beni non necessari a proseguire l’attività d’impresa (si vedano le pronunce dei
Tribunali di Vercelli del 13 agosto 2014, di Roma del 22 aprile 2015, di Pistoia del 29 ottobre 2015, di Firenze del 2 novembre
2016, di Monza del 26 luglio 2016, di Alessandria del 22 marzo 2016).
Il Tribunale di Como non ha invece seguito la tesi, sempre più minoritaria, secondo cui basta una componente liquidatoria nel
piano per applicare una soglia minima di soddisfacimento dei chirografari, caratteristica del concordato liquidatorio.
Si stanno quindi formando in giurisprudenza due orientamenti. Il primo, applicato dal Tribunale di Como, risponde alla teoria
della prevalenza, che applica la disciplina tipica del contratto prevalente, salvo che gli elementi del contratto non prevalente
siano compatibili con quelli del contratto prevalente. C’è poi la “teoria della combinazione” che, in presenza di una domanda di
concordato con profili congiunti di continuità e di liquidazione del patrimonio, applica la disciplina di volta in volta più idonea
alla porzione di piano coinvolta, sostenendo la compatibilità tra loro delle due discipline.
C’è infine una corrente giurisprudenziale per cui per qualificare il concordato con continuità aziendale non rilevano la
prevalenza o la marginalità dei flussi derivanti dalla prosecuzione dell’attività nell’economia complessiva del piano o della
cessione dell’azienda; il mantenimento in esercizio anche di una sola parte dell’azienda è sufficiente a determinare l’integrale
applicazione della disciplina del concordato con continuità.

Il Sole 24 Ore – Tribunale di Como – Sì al concordato misto

  •  23 aprile 2018